Cette fiche a été rédigée dans le cadre du projet d’Atlas encyclopédique des Petites Iles de Méditerranée, porté par le Conservatoire du Littoral, l’Initiative PIM, et leurs nombreux partenaires.
This sheet has been written as part of the encyclopedic Atlas of the Small Mediterranean Islands project, carried out by the Conservatoire du Littoral, the PIM Initiative and their numerous partners.
(https://pimatlas.org)

ISOLE

Cluster : SUD

Sottobacino : SICILIA

Rocca di San Nicola

Scritto da : Salvatore Pasta ; Pietro Lo Cascio

Data di creazione : 23/08/2021

Per citare questa versione :  PASTA, S., LO CASCIO, P. (2021). Foglio dell’isola : Rocca di San Nicola – Sottobacino : Sicilia. Atlas of Small Mediterranean Islands. https://pimatlas.org/rocca-di-san-nicola/

Comune Licata
Arcipelago
Area (ha) 0,75
Costa (metri)
Distanza dalla costa (miglio nautico) 0,04
Altitudine massima (metri) 22
Coordinate geografiche Latitudine 37,112378
Longitudine 13,856511
Proprietà della terra /
Organo di gestione
Stato di protezione nazionale  /
internazionale /

Descrizione


Localizzato all’estremità sud-orientale del Golfo di Torre di Gaffe, Rocca di San Nicola è un isolotto di dimensioni pari a 130×60 m, esteso per circa 7500 m2 e alto 12 m s.l.m.; il perimetro costiero è caratterizzato da pareti a strapiombo, attorno alle quali si osservano numerosi blocchi che testimoniano un intenso processo di arretramento e sfaldamento della falesia, mentre la porzione sommitale presenta un pendio meno scosceso (5-15°).

La profondità del braccio di mare che separa l’isolotto dalla terraferma, ampio circa 80 m, dipende dall’andamento delle correnti marine e ha subito ripetute e significative variazioni nel corso degli ultimi secoli; in un periodo non lontano lo specchio di mare antistante l’isolotto veniva infatti chiamato “Porto Nicolo” e offriva riparo a piccole imbarcazioni, mentre in altri momenti una lingua di sabbia ha probabilmente connesso la Rocca di San Nicola con la spiaggia antistante. Nel corso delle visite effettuate durante il triennio 1996-1999 sono stati misurati valori minimi di profondità compresi tra 1,4 e 1,7 m.

Nonostante la modesta estensione dell’isolotto, la natura delle rocce affioranti appare piuttosto variegata: vi si rinvengono infatti diversi elementi della Serie Gessoso-Solfifera corrispondenti a sedimenti che risalgono al passaggio Miocene-Pliocene ed in particolare al Messiniano (5-6 Ma), ovvero diatomiti (Tripoli) e calcari di base.

Sulla base dei dati termo-pluviometrici relativi alla stazione meteorologica più vicina, Licata, il periodo arido dura ben sei mesi (da inizio aprile a inizio ottobre); sotto il profilo bioclimatico, l’isolotto si colloca nel termotipo termo-mediterraneo inferiore con ombrotipo secco inferiore.

Nelle sue Historiae (440-430 a.C.) Erodoto riporta la leggenda secondo la quale il tiranno dell’antica Gela, Ippocrate, avesse tenuto prigioniero il tiranno di Messina, Scite, nella città sicana di Inico, in cui già prima si ergeva la reggia di Cocalo, re dei Sicani, meta della prima visita di Minosse dopo il suo sbarco in Sicilia. Sulla base di interpretazioni fondate sulle fonti classiche, alcuni studiosi di storia locale ritengono che la città sorgesse proprio sull’isolotto e hanno ipotizzato una graduale corruzione del toponimo originario da Inico a Sant’Inico, Santi Nicola sino all’odierno San Nicola. Tali congetture trovano sostegno nella tradizione popolare locale. Infatti, ancora nel XIX secolo i Licatesi chiamavano l’isolotto di San Nicola “Scoglio di Gelone” o “Petra di Galìa”. In realtà il nome dello scoglio sembra legato all’effettiva presenza di un edificio sacro. Infatti, alcuni documenti della curia vescovile di Agrigento fanno menzione sin dal XII secolo ad una “Ecclesia Sancti Nicolai de Insula”.

Stato delle conoscenze


I dati geomorfologici sono stati acquisiti sia da indagini interpretative di foto aeree e immagini da Google Earth, sia dall’analisi delle informazioni geologiche esistenti, sia da rilevamenti sul campo.

La Rocca di San Nicola è un grande faraglione isolato dalla costa ad opera dell’erosione marina. È delimitato da falesie alte fino a 10 m (lato sud-orientale) e in arretramento per i frequenti crolli che, ai piedi delle falesie, producono estesi accumuli costituiti da numerosi blocchi lapidei di dimensione metrica e decametrica. Il moto ondoso, che erode alla base le diatomiti del Tripoli e che scalza il sovrastante calcare di base, è la causa principale dei crolli. Ai piedi delle falesie si trova una piattaforma di abrasione marina sommersa, larga da 20 (lato nord) a 50 (lato est e lato sud) fino a 100-150 m circa (lato ovest, più esposto alle mareggiate). A parte questa piattaforma, i fondali sono sabbiosi. Oltre l’orlo superiore delle falesie, si rinviene una superficie strutturale inclinata (versante coincidente con un piano di strato), impostata nel calcare di base e inclinata di circa 20° verso ovest, nord-ovest.

Nel 1985 fu l’archeologa Alice Freschi per conto della Cooperativa Aquarius s.r.l. di Milano ad eseguire, su incarico della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali della Provincia di Agrigento, un primo scavo subacqueo nei fondali antistanti l’isolotto, recuperando reperti databili tra il VII secolo a.C. e il XV secolo d.C. (perlopiù frammenti ceramici, ancore in ferro e cannoni) senza però individuare nessun relitto. Circa 30 anni dopo, tra il 2013 e il 2018 il nucleo subacqueo del Gruppo Archeologico d’Italia “Finziade” ha svolto una serie di prospezioni nel mare di Licata grazie alla sponsorizzazione di privati e con il coordinamento del Soprintendente del Mare, Sebastiano Tusa. Queste ricerche, i cui primi risultati sono stati presentati da F. Amato in occasione di un convegno tenutosi a Licata nel 2014, sono oggetto di un articolo in fase di pubblicazione; esse hanno permesso di individuare nuovi siti archeologici subacquei (entro la batimetrica dei -13 m) e di acquisire al contempo numerosi dati inediti sulla frequentazione dell’isolotto. Le indagini subacquee hanno consentito di individuare e recuperare numerosi reperti, perlopiù ancore di diversa tipologia, che testimoniano la presenza in loco di un punto di ormeggio e la frequentazione di questo tratto di costa lungo un arco temporale piuttosto ampio, compreso tra la fine del II millennio a.C. ed il XII secolo d.C.).

Quasi un secolo prima che Carlo Linneo publicasse la sua opera “Species Plantarum” – Paolo Boccone osservò un’ombrellifera crescere ‘in scopulo dicto San Nicolo’. Il più grande botanico siciliano di tutti i tempi la descrisse come ‘Pastinaca tenuifolia Sicula, hirsuta, crispa’. In mancanza di un campione secco, il disegno realizzato dallo stesso Boccone è stato recentemente scelto come typus (= elemento di riferimento) del nome di una carota selvatica esclusiva delle coste rocciose del Mediterraneo occidentale, Daucus carota L. subsp. commutatus (Paol.) Thell.

Oltre tre secoli dopo Boccone, tra l’estate 1996 e l’autunno del 1999 Rocca di San Nicola è stata visitata ripetutamente da S. Pasta con A. Troia e P. Lo Cascio allo scopo di raccogliere dati sulla flora vascolare, la vegetazione e la fauna terrestre. Nel 2001 il fondale circostante è stato visitato da S. Zafarana sul finire degli anni Novanta del secolo scorso.

Interesse


Sulla base dei dati floristici raccolti oltre 20 anni fa (già oggetto di una comunicazione orale fatta da S. Pasta in occasione di una riunione scientifica della Società Siciliana di Scienze Naturali nell’autunno del 1999), la Rocca di San Nicola ospitava 55 taxa di piante vascolari, alcuni dei quali di un certo interesse fitogeografico, quali Allium obtusiflorum Redouté, endemita siculo-tunisino, ed Anthemis secundiramea Biv., Catapodium balearicum (Willk.) H. Scholz, Plantago macrorhiza Poir. e Senecio leucanthemifolius Poir., endemiti del Mediterraneo centro-occidentale. Sull’isolotto è presente Oxalis pescaprae L., bulbosa d’origine sudafricana che mostra un’efficace strategia di dispersione e notevoli capacità di adattamento alle condizioni microinsulari estreme. Il 60% della flora censita consta di terofite pioniere e più o meno marcatamente nitrofile: questo fatto ben evidenzia l’instabilità delle comunità vegetali presenti sull’isolotto, fortemente impattate dall’apporto organico (escrementi, piume, borre, ecc.) dovuto alla presenza di una colonia di Larus michahellis (Naumann). L’onnipresenza di Galactites tomentosus Moench conferma il forte disturbo e l’elevato tenore di azoto. Le rare specie tipiche di consorzi di macchia o di gariga (Asparagus aphyllus L. e A. horridus L., Ephedra fragilis Desf. e Prasium majus L.) crescono perlopiù localizzate negli anfratti rocciosi del versante settentrionale, dove l’effetto congiunto della salsedine e dei gabbiani risulta mitigato. Le ridotte dimensioni dell’isolotto rendono ardua una distinzione tipologica e topografica della vegetazione. Il consorzio meglio caratterizzato va riferito all’Halimiono portulacoidis-Suaedetum verae (Molinier & Tallon) Géhu (habitat 1430), formazione arbustiva mio-alofila e subnitrofila caratterizzata dalla presenza significativa di Allium commutatum Guss.. In primavera la porzione pianeggiante del lato meridionale dell’isolotto è rivestita da un aggruppamento subnitrofilo a Melilotus infestus Guss. e Lobularia maritima (L.) Desv., che rappresenta probabilmente una tappa di degradazione dei prati effimeri alofili del Plantagini-Catapodion marini Brullo 1985. La presenza circoscritta di un aggruppamento nitro-xerofilo ad Asphodelus ramosus L. e Mandragora autumnalis Bertol. testimonia forse la pratica del pascolo estivo sino al recente passato. Una cengia alla base di una scarpata esposta a nord ospita un consorzio a Hyoscyamus albus L., Parietaria judaica L., Urtica membranacea Poir. e Fumaria sp., forse legato all’apporto organico degli uccelli in sosta.

Sotto il profilo faunistico, l’isolotto risulta piuttosto banale. Esso ospita una popolazione di Hemidactylus turcicus (Linnaeus) e di Podarcis siculus (Rafinesque-Schmaltz), mentre sembrano assenti Geconidae e/o Phyllodactylidae. L’unico uccello nidificante è Larus michahellis (Naumann), la cui colonia locale conta almeno 15-20 coppie, mentre Corvus monedula (L.) e Columba livia Gmelin lo frequentano regolarmente, utilizzandolo come posatoio e area di foraggiamento. La cospicua presenza di Rattus rattus L. costituisce un fattore limitante che interviene sulla diversità degli invertebrati, qui rappresentati da un ristretto novero di specie; l’unica che presenza un certo interesse è il coleottero Akis trilineata Herbst, un Tenebrionidae antropofilo che in Sicilia è rappresentato dalla subsp. barbara Solier, a geonemia prevalentemente nord-africana.

L’istmo che separa l’isolotto dalla costa siciliana ed il mare che circonda la Rocca di San Nicola sono caratterizzati da un fondale basso e prevalentemente sabbioso, caratterizzato dalla presenza discontinua di nuclei di Posidonia oceanica (L.) Delile; più frequenti sono invece le praterie a Cymodocea nodosa (Ucria) Aschers., specie legata ad acque con ridotto idrodinamismo costiero.

Le prospezioni archeologiche preliminari effettuate sulla parte emersa dell’isolotto documentano una sua frequentazione sin dal Neolitico (come attestano i frammenti di ceramica preistorica e l’industria litica su ciottolo e su scheggia sia in selce sia in ossidiana), suggerendo un suo utilizzo come vero e proprio scalo marittimo per i naviganti in transito in questo tratto di mare.

Se già dalle foto aeree risultavano ben leggibili le tracce di un possibile molo di ormeggio scolpito nella roccia, oggi sommerso e ricoperto dalla vegetazione marina, la conferma della presenza di un approdo costiero ci giunge dal ritrovamento di un grande complesso edificato sulla sommità dell’isola, costruito con blocchi di pietra irregolari legati con malta, all’interno del quale sono riconoscibili tre cisterne intonacate e un piccolo vano rettangolare di circa 9×4 m con ingresso laterale a Nord, dotato di zona absidale con orientamento Est-Ovest, interpretabile come una piccola chiesetta situata nella parte centrale dell’estremità occidentale del complesso stesso. Nel 2018 sono state inoltre individuate due croci, la prima a rilievo e la seconda incisa su una delle scoscese pareti rocciose dell’isola. Tali elementi sembrano supportare la presenza di un piccolo insediamento di culto cristiano sull’avamposto insulare.

L’individuazione della chiesa sull’isolotto di San Nicola conferma i dati riportati in diversi documenti a partire dal Medioevo e costituisce un dato inedito nella letteratura archeologica. In seguito il piccolo insediamento sull’isolotto dovette essere abbandonato definitivamente perché esposto alle continue incursioni dei corsari di ogni nazionalità. Nel 1405 il sovrano aragonese Martino il Giovane fece erigere sulla costa antistante della Sicilia una torre ottagonale a controllo della baia adiacente l’isolotto, dove i pirati algerini solevano nascondersi per assaltare il naviglio in transito.

Fra il XVI ed il XVIII secolo diversi autori, quali Tommaso Fazello e Camillo Camilliani, citano l’isola di San Nicolò di Licata come luogo di antiche rovine e come riparo di fortuna per le navi. Questo tratto di costa resterà tuttavia difficile da difendere anche nei secoli successivi; infatti l’ultimo sbarco di pirati turchi risale al 1803.

I resti secchi di alcune piante di Opuntia ficus-indica (L.) Mill., chiaramente riconoscibili ancora a metà degli anni Novanta del secolo scorso, nonché le vestigia di terrazzamenti, suggeriscono uno sfruttamento agricolo dell’isolotto sino al recentissimo passato.

Pressioni


L’isolotto è meta abituale di bagnanti e pescatori che la raggiungono su mezzi nautici, al guado o a nuoto e vi sostano lungamente durante le giornate estive. Tale presenza arreca senza dubbio un disturbo quasi costante agli uccelli che vi sostano. Il calpestio del nutrito stuolo di visitatori stagionali ha inoltre prodotto dei veri e propri sentieri sulla Rocca di San Nicola. Infatti l’isolotto è visitato di frequente anche in autunno, quando i cacciatori vi si appostano per sparare agli uccelli migratori, come si evince dalle numerose cartucce lasciate sul posto.

Il fattore che esercita maggiori condizionamenti ecologici che si riflettono negativamente sulla struttura e la composizione della fauna e, più in generale, sulle caratteristiche biologiche dell’isolotto, è costituito dalla contemporanea presenza di Larus michahellis e Rattus rattus,

Tra i fattori di disturbo per l’ambiente sommerso, l’ancoraggio non regolamentato e l’inquinamento dovuto a reflui non depurati rappresentano quelli che esercitano il maggiore impatto sulle acque marine costiere e le biocenosi presenti.

Gestione e Conservazione


Non è stato possibile stabilire il regime di proprietà dell’isolotto. Esso non ricade all’interno della Rete Natura 2000 ma la sua parte emersa fa parte dei beni paesaggistici tutelati per legge ai sensi dell’art. 142 comma a del Decr. Lgs. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni ed è soggetta a vincolo archeologico ai sensi dell’art. 10 dello stesso Decreto.

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